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L’ebraismo per non ebrei

L’Albero di Zaffiro

Nelle foto sopra, alcuni momenti della presentazione del libro “L’Albero di Zaffiro” di Annarita Barbagallo. Organizzato nell’ambito delle iniziative del Giorno della Memoria. l’incontro è stato occasione per uno scambio a più voci che ha aperto significative riflessioni sulla tremenda memoria dei terribili eventi delle leggi razziali e della Shoah. Accanto a questi significati civili e politici, stimolante la prospettiva offerta dal libro presentato, che compone una interessante tessitura delle relazioni tra psicoanalisi, ebraismo e natura intima del linguaggio, che ha aperto un serrato dibattito che si è sviluppato in una conversazione tra gli intervenuti. Testo e contesto si sono sviluppati fino a toccare una pluralità composita di temi di cui sarebbe necessario comporre un atlante, spaziando dalla riflessione sulle vicende storiche dell’ebraismo siciliano alla relazione con cristiani e musulmani, toccando temi teologici e metafisici e reintroducendoli nella dimensione della psiche e della relazione tra mente e cuore. Il vero problema è stato consentire a Mauro Agata di Catania Libri, dopo oltre tre ore e mezza di interessanti analisi e animato dibattito, di chiudere. In realtà, anche lui si è trovato molto d’accordo nel dire “ne è valsa la pena”. Per la memoria, per il presente, per il futuro.

[Articolo di Davide C. Crimi, foto di Donato Scuto]

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Shimon Peres e il sogno Mediterraneo

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Shimon Peres, Al centro. Alla sua destra, Yasser Arafat. Alla sua sinistra: Ytzhak Rabin. La foto li ritrae nell’atto di ricevere il premio Nobel per la Pace nel 1995 in ragione degli Accordi di Oslo

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La notizia della morte di Shimon Peres non coinvolge solo il ricordo di una personalità eminente, ma qualcosa di più, che è in stretta relazione con il destino del Mediterraneo.

Pensando a Shimon Peres, la mente va alla memoria di una stagione importante, alla fine del XX secolo, quando era lecito sperare in una pacificazione generale del Mediterraneo. Molto giovane, ma già molto presente e politicamente attivo al momento della fondazione del moderno Stato di Israele, Peres è stato il custode della continuità dei governi che hanno guidato la politica israeliana. E quando sembrava essere giunto il momento per avviare una stagione meno segnata da problemi di sicurezza, quando sembrava davvero che il Mediterraneo potesse diventare “zona di libero scambio” (come si diceva nei documenti dell’epoca, implicando, se non l’unione istituzionale come per l’Europa, almeno una zona di integrazione commerciale), in quel tempo Peres ha avuto la lucidità per accogliere e sostenere le scelte del suo collega (e rivale) Yitzhak Rabin.

Gli “Accordi di Oslo” firmati nel 1993 tra Israele e Organizzazione per lo Stato Palestinese (allora presieduta da Yasser Arafat), con la mediazione degli Stati Uniti, avevano permesso di immaginare una nuova dimensione di equilibrio e di procedere verso l’integrazione dei paesi del Mediterraneo. Rabin era stato l’araldo di questa politica, con il supporto infaticabile di Peres.

La morte di Shimon Peres segna oggi il momento in cui la coscienza collettiva chiude gli occhi e dimentica un sogno ad occhi aperti che non è diventato realtà e che tuttavia rimane la stella polare da seguire per chi, laicamente e razionalmente, crede in un mondo più giusto. Ancora di più per i pochi spiritualisti che sanno intravedere le ragioni trascendenti di Israele e capire il suo ruolo spirituale.

Per queste ragioni, con il ricordo di Peres, riteniamo sia importante riportare l’ultimo discorso tenuto da Rabin 4 novembre 1995 a Tel-Aviv, nella piazza in cui venne ucciso. Queste sono le parole: “Permettetemi di dire che sono profondamente commosso. Desidero ringraziare tutti e ciascuno di voi, che siete venuti qui oggi a prendere posizione contro la violenza e per la pace. Questo governo, che ho ho il privilegio di guidare, insieme al mio amico Shimon Peres, ha deciso di dare una possibilità alla pace, perché siamo convinti che questo risolverà la maggior parte dei problemi di Israele. Io sono un militare per 27 anni. Sono un ingegnere idraulico, sognavo di portare l’acqua nel deserto di Israele, di rendere tutto il Medio Oriente un giardino. Ma non c’era tempo. Mi hanno messo un fucile nelle mani e ho combattuto, ho combattuto fino a quando non vi è stata alcuna possibilità per la pace. Adesso, credo che vi sia ora una possibilità per la pace, una grande occasione. Dobbiamo approfittarne per il bene di coloro che stanno qui, e per coloro che non sono qui, e sono tanti. So che la maggior parte delle persone vogliono la pace e sono pronte a correre dei rischi per la pace. Nel venire qui oggi, voi dimostra ai tanti altri che non sono venuti qui in piazza, che le persone desiderano veramente la pace e si oppongono alla violenza. La violenza erode la base della democrazia israeliana. deve essere condannato e isolato. Questo non è il modo dello Stato di Israele “.

È duro da dire, ma quella sera a Piazza dei Re a Tel Aviv, a sparare su Yitzhak Rabin non è stato un terrorista palestinese, né l’esponente di qualche sedicente organizzazione islamica terrorista: Yitzhak Rabin è stato ucciso con tre colpi sparati da Yigal Amir, un estremista israeliano di estrema destra, con l’ombra della complicità dei servizi segreti che, naturalmente, non è mai stata accertata.

Shimon Peres ha continuato la sua brillante carriera, arrivando ad essere eletto presidente di Israele, 13 Giugno 2007 e ricoprendo la carica fino al 24 luglio, 2014

Oggi, nel giorno della sua dipartita, gli amici e gli avversari lo salutano con uguale rispetto. Avversari, non nemici. Shimon Peres era un uomo troppo intelligente per avere nemici. Speriamo che il nostro saluto possa raggiungere i nostri Lettori con il significato della speranza che, in questi giorni bui per il Medio Oriente, la Stella Polare possa tornare a brillare dell’idea eterna di Israele come “luce delle nazioni”, portando la torcia del faro della civiltà, per estendere i diritti per tutto il mondo.

La Storia Dimenticata

In seguito alle apprezzate osservazioni di Nicolò Bucaria*, che ringraziamo per le sollecitazioni, restituiamo all’accessibilità pubblica due documenti, relativi a due diverse conferenze entrambe dal titolo “La Storia Dimenticata” che, avendo per oggetto l’indagine di eventi dimenticati (dettagli specifici sulla storia degli Ebrei in Sicilia), hanno subìto la sorte paradossale di essere stati a loro volta dimenticati, per ragioni che non necessita riportare ma che molto dicono sulle umane vicende e confermano il detto del profeta Geremia (XVII.5) “Maledetto l’uomo che confida nell’uomo!”

La prima conferenza, con la partecipazione di Rav. Luciano Caro (Rabbino Capo della Comunità ebraica di Ferrara e responsabile pro-tempore dei beni culturali ebraici in Sicilia), Anna Foa (Università La Sapienza di Roma), Elio Tocco (Presidente IMSU), Orazio Licandro (Consigliere del Comune di Catania) e con la moderazione di Davide Crimi** (Ricercatore in semitistica), si è tenuta presso la Biblioteca Civica di Catania presso l’ex Monastero dei Benedettini (Biblioteca Ursino Recupero), il 7 aprile 2003. Di questa si offre il seguente documento: La Storia Dimenticata

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Della seconda, tenuta a Randazzo (chiostro comunale) il 7 settembre, con la partecipazione di Giuseppe Lo Porto (Presidente Sicilia Antica), Gaetano Scarpinato (Sicilia Antica), Giovanni D’Amico (Pro-loco Randazzo), Francesco Privitera (Sovraintendenza ai beni culturali), si offre il documento, redatto da Davide Crimi e Michelangela Panebianco, avente ad oggetto l’iscrizione riscontrata su un rògito notarile riportato nel manoscritto del Plumari (recentemente riportato da Angela Militi nel suo “Randazzo Segreta“; si ringrazia Rita Crimi per la significativa segnalazione, riportata in link). Anche di questo studio si offre il documento prodotto come relazione per il convegno richiamato: Randazzo Ebraica

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*Autore del saggio Sicilia Judaica

**Autore del saggio Torah Atziluth e di L’ebraismo per non ebrei

Recensione a Irena Sendler

2561Fonte: Periscopio – La madre del ghetto [si ringrazia Suzana Glavas per la segnalazione]
Ho avuto occasione, nel mio intervento settimanale dello scorso 17 febbraio, di parlare della straordinaria figura di Irena Sendler (nata a Varsavia nel 1910, e ivi scomparsa nel 2008), a cui è stata dedicata una toccante rappresentazione teatrale, dal titolo “Irena Sendler: la terza madre del ghetto di Varsavia” (ideazione, progettazione e cura di Roberto Giordano e Suzana Glavaš, col Patrocinio dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Napoli), che ha vivamente commosso tutti coloro che hanno finora avuto il privilegio di assistervi, e che speriamo possa ancora essere apprezzata da un numero sempre crescente di spettatori. È con vivo compiacimento, pertanto, che salutiamo l’iniziativa dell’Editrice la Mongolfiera di dare alle stampe il testo teatrale del lavoro di Roberto Giordano, in un libro – dallo stesso titolo della rappresentazione – che permetterà di conoscere la storia della Sendler a coloro che non abbiano avuto la possibilità di assistere allo spettacolo, così come darà a quelli che invece vi abbiano partecipato l’opportunità di riprovare, attraverso la lettura, in modo diverso, le emozioni suscitate dalla recita.
Per chi non conosca la vicenda della Sendler, ricordiamo che fu un’infermiera cattolica che, durante la Seconda Guerra mondiale, nella Varsavia occupata dai nazisti, contravvenendo agli ordini delle autorità occupanti, continuò a dare protezione, cura e assistenza a migliaia di ebrei, riuscendo a salvarne moltissimi – almeno 2500 – dalla morte. Fu chiamata “la terza madre”, perché molti bambini ebrei, avendo perso la madre naturale (la “prima madre”), uccisa dai tedeschi, furono da lei affidati, con falsi documenti e con nomi cristiani, alle cure di donne polacche di buoni sentimenti (“seconde madri”). La Sendler (“terza madre”) salvò così la vita a numerosi bimbi, premurandosi anche di annotarne e custodirne, in segreto, i veri nomi, accanto a quelli falsi, nella speranza (che, in moti casi, andò esaudita) di poter un giorno fare ricongiungere i bambini con le loro famiglie. Torturata dai nazisti (le furono fratturate entrambe le gambe, e sarebbe rimasta menomata per tutta la vita), si rifiutò sempre di parlare, salvando così la vita dei suoi bambini. Finita la guerra, il suo operato è caduto nell’oblio (senza che lei facesse nulla per farlo conoscere o per ricevere alcun ringraziamento), ma è poi fortunatamente stato conosciuto e apprezzato, facendola eleggere dallo Yad Vashem, nel 1965, “Giusta tra le nazioni”, facendole attribuire numerosi riconoscimenti pubblici e facendo intitolare a suo nome diverse scuole, in Polonia e in Germania. Un libro, questo appena pubblicato, che contribuisce a dare onore a una grande donna, e per il quale vanno ringraziati l’autore e l’editore, insieme a Glavaš, che ha contribuito a valorizzarne la figura.
Aggiungo una piccola postilla.
Nel mio intervento del 17 febbraio, ricollegandomi alle parole del Console di Polonia, ho annotato come l’eroismo della “terza madre” abbia contribuito a riscattare, almeno un po’, l’onore del popolo polacco, così come, per esempio, una figura come Giorgio Perlasca può avere fatto per il popolo italiano. Quel che oggi vorrei aggiungere – rinnovando i complimenti a Giordano, alla Glavas e alla Casa editrice – è che persone come la Sendler e come Perlasca dovrebbero valere da monito contro ogni forma di generalizzazione volta a incriminare collettivamente tutti gli appartamenti a un dato popolo, o una data religione, secondo un meccanismo di colpevolizzazione eterna e collettiva che gli ebrei conoscono molto bene. “Se anche ci fosse un solo tedesco umano – scrisse Hetty Hillesum – non avremmo il diritto di riversare la nostra condanna sull’intero popolo tedesco”. Certo, dire che tutti i polacchi, tutti gli italiani e tutti i tedeschi vengano collettivamente assolti dall’azione della Sendler, di Perlasca o degli ufficiali che organizzarono l’attentato a Hitler sarebbe ovviamente una comoda scorciatoia. Ma cosa diremmo di qualcuno che usasse parole di disprezzo verso la “terza madre” per il suo essere stata polacca, o cattolica? Credo che un giudizio del genere non potrebbe non suscitare la più totale e immediata condanna. Eppure è proprio a qualcosa del genere che stiamo oggi assistendo – anche, purtroppo, da parte di persone amiche degli ebrei e di Israele – nei confronti degli islamici (ma non solo). Dilagano, sul web, frasi sinistre e ripugnanti, improntate a una logica squisitamente razzista. Sono cose assolutamente inaccettabili, che nessun amore per Israele, e nessuna sacrosanta esigenza di lotta contro la violenza e il terrorismo di matrice islamica potrà mai giustificare. Un esempio per tutti: l’elezione a sindaco di Londra del pakistano Sadiq Kahn, che ha scatenato in rete un’immediata ondata di insulti, nell’automatica convinzione che dovesse trattarsi di un estremista antioccidentale, filoterrorista e antisemita. Tutte cose lontanissime dalla realtà: concluse le elezioni per i sindaci delle nostre città, credo proprio che molti, oggi, potrebbero invidiare i cittadini londinesi. E non c’è stato nessuno, ma proprio nessuno, che, dopo averlo insultato, acquisita qualche maggiore informazione, abbia avuto l’onestà intellettuale di dire: “mi sono sbagliato, questo Kahn pare una persona per bene”. Evidentemente, un esercizio del genere non è ammissibile nell’eterna notte in cui stiamo vivendo, nella quale, com’è noto, tutte le vacche sono nere. Tutti i polacchi, compresa la Sendler, restano polacchi, così come tutti gli italiani, compreso Perlasca, e tutti i musulmani, compreso Kahn, restano quello che sono. È più facile, si fa prima, e non si sbaglia mai.
Francesco Lucrezi, storico
(22 giugno 2016)

Azeglio Bemporad

Catania, Giornata della Memoria dedicata a Bemporad, lo scienziato caduto nel dimenticatoio

In occasione della Giornata della Memoria, su iniziativa di Officine Culturali, in collaborazione con il Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Università di Catania, presso l’auditorium “Giancarlo De Carlo” del Monastero dei Benedettini è andato in scena il racconto teatrale della vita di Azeglio Bemporad, direttore del regio osservatorio di Catania che ebbe sede proprio al Monastero dei Benedettini, dal 1890 alla seconda metà degli anni ’60.

Azeglio Bemporad,  matematico e astronomo, docente di astrofisica e geodesia, ebreo e fascista. Esattamente, nessun errore: ebreo e fascista. Perché quando fai il lavoro più bello del mondo, quando il tuo mestiere è contare le stesse e tu sei il direttore dell’istituto e la tua mappa delle stelle è attesa in Europa dai più grandi luminari dell’epoca, allora dev’essere difficile, molto difficile rinunciare a tutto questo per un’identità in fondo nemmeno voluta, che ci si trova eventualmente per misteriose circostanze ereditarie alla nascita. Ecco dunque la soluzione persino ovvia nella sua banalità: aderire al fascismo, essere zelante quanto e più degli altri. Un limite facile da giudicare con frettolosa superficialità. Un limite che ci riporta a quella stessa espressione di assenso che pure fu di un grande intelletto come Pirandello e che, riletta come espressione storica dell’adattamento borghese al fascismo, se non può giustificare, però ci aiuta a comprendere l’errore di menti pur eccelse. Come quella di Azeglio Bemporad, ebreo e fascista. Il lavoro sulle fonti e la ricerca tradotta in scrittura da Pamela Toscano appaiono sinceri in ogni istante della narrazione quando, di stupore in stupore, la passione dell’astronomo condivisa dalla moglie Anita, così densa di lunare poesia, diviene sempre più astrazione da una realtà in cui la pesante materialità e il cinismo della deriva fascista conducono ai peggiori esiti che, purtroppo, vanno ben oltre la temuta destituzione dalla carica. L’allestimento sobriamente narrativo di Carlo Ferreri agevola la comprensione degli eventi, la loro scansione. L’insieme realizza uno sguardo di grande sensibilità su una figura sulla quale insisteva una coltre di oblio e che questa operazione rimuove, restituendo scintille di luce alla nostra consapevolezza. La scellerata alleanza dell’Italia fascista con la Germania nazista produsse una concezione del mondo tanto stupida e angusta quanto cattiva e nociva, ma che nessuno avrebbe mai pensato poter degenerare al punto di produrre gli orrori che ha causato. La tragedia di dissoluzione professionale, familiare e individuale cui fu sottoposto Azeglio Bemporad contiene insegnamenti indelebili. Tra questi, dopo la liberazione dal fascismo, la memorabile risposta data al Rettore del nostro Ateneo rispetto alla sua reintegrazione nel ruolo di docente, offrendo una disponibilità limitata all’insegnamento della ritmica dei Salmi di David e qualche seminario sulla rifrazione della luce. Il che rende la figura di Azeglio Bemporad indimenticabile, e fa di questa opera di scrittura e racconto teatrale un atto necessario cui auguriamo di ripetersi ciclicamente, nel tempo. [Da.Cri.]

Memorie sulla Shoah in Croazia. Le testimonianze dirette di tre sopravvissuti

Recensione di Davide C. Crimi*

398af_copertina_memorie_sulla_shoah_in_croazia“Le memorie sulla Shoah in Croazia” (di Paul Schreiner, Tullio Pironti editore, Napoli 2015 – a cura di Suzana Glavaŝ ) è innanzi tutto un documento che si inscrive nel solco profondo, ma non per questo meno vulnerabile e incerto, dell’antropologia familiare e cioè del tentativo di comprendere gli eventi non tanto e non soltanto soggettivamente, ma individuando le maglie di un comune destino.

Su queste frequenze, nessuna cultura come quella ebraica ha dato apporti paragonabili, ed in questo senso la tessitura di costruzione e ricostruzione di memorie labili, mai immuni dal rischio di andare perdute, offre un paradigma esemplare per ogni lettore, una lezione di metodo sulla quale l’elemento ebraico, intimamente connesso alla memoria sia pure nelle dimensioni più intime e dolorose, diviene esempio e, attraverso questo farsi esempio, come hanno detto i Profeti, si fa Luce per le Nazioni. Continua a leggere “Memorie sulla Shoah in Croazia. Le testimonianze dirette di tre sopravvissuti”

L’Ebraismo per non Ebrei – testo completo

1 L'ebraismo per non ebrei“L’ebraismo per non ebrei” introduce al mondo meraviglioso e composito della letteratura ebraica, che ha il suo punto di partenza e di arrivo nel testo biblico. Per questa ragione, si ha subito la sensazione di ritrovare storie già note e forse anche vissute. Il testo è semplice ma non mai superficiale ed ha l’effetto di portare gradualmente il lettore in territori sempre più interni al mondo della tradizione. “Le tappe della liberazione”, il saggio posto a seguito, è l’esito del ciclo di studi condotte dal gruppo Yeshivah Qatan, coordinato da Crimi con l’autorevole revisione esegetica di Rav. Luciano Caro. Questo studio è una attenta trattazione del significato di ciascuno di nomi delle quaranta tappe del viaggio degli ebrei dall’Egitto alla Terra Promessa, che divengono simboli di luoghi della coscienza, un viaggio dell’anima che si ripete in modo differente nell’anima di ogni persona. Il volume è completato da un utilissimo glossario dei termini ebraici.  

Testo completo a stampa (7 capitoli, parte speciale esegetica e glossario, 422 pagine)

Superiorem non recognoscens

7 L'ebraismo per non ebreiAspetto interno della dottrina, la nozione dei superiori sconosciuti, è emblematica, indipendentemente dal suo grado di verità fenomenologica. In questo unico caso rispetto al trattazione generale, si dà una lettura intepretativa in base alla quale è e non può essere che un errore immaginare che esista un luogo oscuro dove “superiori sconosciuti” prendono decisioni che condizionano l’intera umanità. Piuttosto, questi incogniti vanno intepretati come espressione del mondo metafisico e trascendente, prossimi agli Arconti della tradizione gnostica. In ogni caso, si può ammettere che, da una parte, essa è necessaria ad assicurare l’unità nel molteplice; d’altra parte, si presta a transazioni segrete e complesse, a volte anche ambigue, orientate a finalità non mai pienamente comprensibili al singolo in modo completo; soprattutto permette di intuire il fondamento metafisico di un sistema distributivo del potere che rifluisce nelle ossa degli antenati e si ripropone in entità spirituali la cui reggenza è affidata al principe di questo mondo inteso impropriamente sotto molti nomi che ne riassumono l’inconsistenza dell’unità e la natura provvisoria.
Per quanto inconsistente e provvisorio, è questo il fondamento del regno terrestre e, come tale, fondandosi su espiazione e redenzione, da costruire sulla base delle volontà, è naturale che s’affermi il predominio della forza di gravità.
La volontà è la forza chiamata a vincere l’opposizione della forza di gravità. È questo il senso dell’accostamento dialettico tra gravitazione e consapevolezza. La consapevolezza si ottiene attraverso l’educazione della volontà, mediante la quale diviene possibile vincere i limiti e le opposizioni, gli ostacoli che si manifestano nella condizione data.
La forza di gravità è la nota legge fisica il cui complemento spirituale è l’inerzia che ci trattiene alla terra e ci impedisce di progredire spiritualmente. L’ordine degli stati e del clero realizzano insieme la protezione e la gabbia entro la quale, funestati dal pungolo del desiderio e dalla frusta delle necessità economiche, siamo chiamati a condurre la nostra esistenza. Ogni istanza di libertà tende ad essere mortificata da una chimerica irrealizzabilità, annichilita dalla supremazia di modelli materiali in cui il successo non è il progresso spirituale ma soltanto lusso ed esteriorità.

Attraversare il Deserto

Le 40 tappe 1Viaggi e luoghi di sosta del popolo di Israele dall’uscita dall’Egitto all’ingresso nella Terra Promessa. Esegesi dei nomi di luogo delle città incontrate durante i quattrocentotrenta anni nel deserto. Questo studio costituisce un esempio di ermeneutica cabalistica, dove il nome di ciascuna delle città che divengono luoghi di sosta nel peregrinare del popolo di Israele nel deserto, viene analizzato lettera per lettera, sillaba per sillaba, scomposto e ricomposto, per verificarne tutte le implicazioni simboliche e con esiti che offrono incredibili visioni, squarci sulla luce profonda.

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