Recensione di Davide C. Crimi*

398af_copertina_memorie_sulla_shoah_in_croazia“Le memorie sulla Shoah in Croazia” (di Paul Schreiner, Tullio Pironti editore, Napoli 2015 – a cura di Suzana Glavaŝ ) è innanzi tutto un documento che si inscrive nel solco profondo, ma non per questo meno vulnerabile e incerto, dell’antropologia familiare e cioè del tentativo di comprendere gli eventi non tanto e non soltanto soggettivamente, ma individuando le maglie di un comune destino.

Su queste frequenze, nessuna cultura come quella ebraica ha dato apporti paragonabili, ed in questo senso la tessitura di costruzione e ricostruzione di memorie labili, mai immuni dal rischio di andare perdute, offre un paradigma esemplare per ogni lettore, una lezione di metodo sulla quale l’elemento ebraico, intimamente connesso alla memoria sia pure nelle dimensioni più intime e dolorose, diviene esempio e, attraverso questo farsi esempio, come hanno detto i Profeti, si fa Luce per le Nazioni.

Sin qui gli aspetti comuni, il farsi memoria, il fissare un’antropologia familiare.  Quando questo è stato messo in vista, arriva il contenuto, che rivela un libro difficile, spesso aspro e duro quando non addirittura tremendo, ma sul quale sempre, su ogni rigo, si posa la luce della grazia, che aiuta a comprendere la vera qualità, l’essenza del dono della vita.
Solo chi ha praticato in qualche misura le Tefilloth può avere percezione della soprannaturale potenza della liturgia dei Riti di Israele. Queste parole avvicinano alla soglia del Mistero: ma la sfera dell’Olocausto non permette questo linguaggio astratto e ornamentale che ne tradirebbe il senso e resterebbe privo del primo significato che deve manifestarsi alla mente, che altro non può essere se non il rispetto.

Come scrive Suzana Glavaŝ nella sua prefazione «Il libro è la voce dell’intimità di tre membri della rinomata famiglia di imprenditori Schreiner, i quali hanno trovato la forza e il senso del dovere, nei confronti dei posteri, per riferire, attraverso la memoria della mente e del cuore, la messa in atto delle leggi razziali contro gli ebrei, sul suolo della Croazia di Ante Pavelić.  Paul Schreiner vi ricorda i tetri eventi che lo hanno visto privato, tredicenne, degli affetti della sua numerosa famiglia: venti uccisi, sette sopravvissuti, di cui cinque salvati dagli italiani. Alle proprie memorie l’Autore ha voluto aggiungere quelle dei cugini di suo padre, Ivo Reich e Medea Brukner.»

Memoria è conoscenza e fondamento di comprensione, anche quando, come in questo caso, è terribilmente macerata nel dolore. La domanda si rinnova: perché tanta sofferenza?  E perché tanto livore nei confronti dei figli di Israele?  

Con le parole di Medea Brukner: “Perché scegliete proprio me, sempre?”
A questa domanda, il soldato di ronda risponde: “Perché lei ha messo a fuoco l’Europa”.

Medea, per quanto provata dalle vessazioni e dalla stanchezza, non può che ridere.
E poi, lei chi?

Ecco, questo è un punto decisivo.

Chi è, chi sarebbe questo ebreo che ha messo a fuoco l’Europa? Armin Schreiner, che celebrava i suoi Sabati con il pane intrecciato e il resto del cibo non-kosher? Oppure Ferdo, che aveva fatto persino cambiare il cognome familiare per assimilarlo al contesto linguistico egemone? O forse Ivo Reich, che sposò una moglie cattolica?

Perché allora quel livore, quella viscerale avversione verso gli ebrei se, in fondo, l’ebraismo stesso non è che una fantastica astrazione fatta di sensibilità e di gesti tramandati e irriducibile invece a una trasmissione genetica (in fondo, non sarebbe questa una versione di quella pretesa “limpieza de sangre” che l’Inquisizione e poi la stolida “dottrina ariana” avrebbero ribaltato contro gli ebrei?)

Astenendomi dal proporre una risposta, un’immagine s’impone all’attenzione: gli zingari che passano di nascosto, a loro rischio, focacce agli ebrei denutriti in prigionia.  Proprio loro: gli zingari, i vituperati zingari.
Posso e devo interrogarmi su me stesso, a questo punto.


  *

Mi si conceda la breve digressione personale, da intendere non come regressione all’ego ma come effetto sintomatico che le memorie ebraiche producono nella mente di chi si dispone all’ascolto: ecco il carattere universale di tutto ciò che riguarda Israele, ecco perché le storie di Paul Schreiner, di  Ivo Reich e Medea Brukner non sono semplicemente fatti individuali ma archetipi su cui la riflessione è importante.

Vengo al mio personale specchio.  Di fronte al Kotel Ma’aravi (il Muro del Pianto, ciò che resta del Tempio di Gerusalemme), avendo chiesto un Siddur (il libro di preghiera) e i Tefillin (gli ornamenti che si indossano al momento della preghiera), il Maestro che me li diede mi domandò se io fossi ebreo.  Risposi: «Non lo so».

Allora il Rebbe mi incalzò, chiarendo: «Ci sono due modi per essere ebreo: dalla discendenza da madre ebrea; oppure, per cabala».  Il mio ebraismo è un ebraismo di risonanze, come quello di tutti in cui risuonano eco lontane di generazioni remote, incerte e aleatorie, labili tracce di ebrei convertiti.

Ritorno così al libro, da una prospettiva attraverso la quale ciò che ho rilevato alcune righe sopra acquista nuovo significato.

Un’ultima nota su un contenuto del libro, solo in apparenza marginale: a un certo punto della narrazione appaiono – con destino non lieve – alcuni ebrei che sono parte del Benei Berith, l’organizzazione istituita nel 1851 a New York e poi riportata nel 1885 in Germania, che dà l’occasione di accennare ad un movimento che tanta parte ebbe nella costruzione dei diritti e per l’emancipazione della società, in continuità con le azioni dell’Alliance Israelitique Universelle e di alcune organizzazioni illuministiche che presentano un interessantissimo orientamento di percorsi per la reintegrazione spirituale (tiqqun).

All’ombra di queste organizzazioni, non certamente ultimo, si inserisce il dibattito sulla natura del moderno Stato di Israele: non andrà dimenticato che la nozione di popolo eletto e quella di razza ariana sono ferocemente simmetriche e che, all’alba della moderna riedificazione dello stato ebraico, molti tra i più grandi intellettuali ebrei dell’epoca erano apertamente contrari a concepire Israele come stato nazionale, preferendo la soluzione del protettorato internazionale.  Com’è noto, non è questa la tesi che prevalse.

Poiché il tema è incommensurabile, non azzardo qui alcuna semplificazione e rimando il benevolo Lettore alla sua diretta, privata, intima riflessione su questo thesaurus di memorie.